L’Odissea di Nolan: cinema con la “C” maiuscola, ma non racconta tutta l’Odissea

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Ho visto l’Odissea di Christopher Nolan in lingua originale e in IMAX. Ne sono uscito entusiasta, con il desiderio di tornare a Omero e a quella parte del viaggio che il cinema ha scelto di lasciare più in ombra.

Attenzione: l’articolo contiene anticipazioni sul film e sugli episodi dell’Odissea.

La mattina del 16 luglio

La mattina del 16 luglio 2026, alle 9:15, sono entrato in una sala IMAX per assistere a una delle primissime proiezioni dell’Odissea di Christopher Nolan, in lingua originale.

Non potevo mancare.

Lo scorso anno avevo dedicato dodici settimane al viaggio di Ulisse. Insieme a Laura e alle persone che hanno seguito Verso Itaca – In viaggio con Ulisse, avevamo attraversato le tappe del poema, i personaggi, gli dèi e soprattutto i simboli. Avevamo seguito Ulisse dalla perdita della rotta fino al riconoscimento di Itaca, mettendo in relazione il racconto con lo yoga e la meditazione.

Sono quindi entrato in sala come spettatore, certamente, ma con l’emozione di chi aveva abitato quella storia per mesi. Conoscevo i luoghi verso i quali il film mi avrebbe portato. Mi chiedevo quale Ulisse avrei incontrato, quale spazio avrebbero avuto gli dèi e come Nolan avrebbe tenuto dentro un solo film una materia tanto vasta.

La prima cosa che voglio dire è semplice: questo è cinema con la “C” maiuscola.

L’Odissea di Christopher Nolan: cinema con la “C” maiuscola

Nolan ha avuto il coraggio di misurarsi con un’opera fondativa, immensa, quasi impossibile da contenere. Ne ha fatto uno spettacolo grandioso e severo, costruito per il grande schermo.

Il mare non serve a riempire lo sfondo. Pesa, respira, minaccia. Le navi sono oggetti reali dentro uno spazio che può spezzarle. Il vento entra nella scena, le rocce hanno una consistenza, i corpi portano la fatica. Si sente che il film nasce da un modo materiale di fare cinema: cineprese IMAX a pellicola, luoghi veri, scenografie, costumi e un lavoro sul suono che non accompagna semplicemente le immagini, ma le attraversa.

Non ho bisogno di aggiungere qui cifre e dettagli di laboratorio. Quello che conta arriva allo spettatore senza spiegazioni tecniche: l’immagine è enorme, il suono ha peso e il mare sembra occupare la sala. La scelta dell’IMAX non è un vezzo pubblicitario. È parte dell’esperienza.

Per questo consiglio di vedere il film al cinema e, quando possibile, in IMAX. Io ho scelto anche la lingua originale con i sottotitoli italiani e ne sono stato felice. È un’opera che chiede attenzione, buio, grandezza. Guardarla distrattamente su uno schermo piccolo significa perdere una parte importante del lavoro di Nolan.

La fotografia, la musica, le scenografie e i costumi costruiscono un mondo fisico. Anche quando una scelta mi ha lasciato perplesso, non ho mai avuto la sensazione di trovarmi davanti a un prodotto qualsiasi. Il film possiede una volontà precisa e la porta avanti fino in fondo.

Nave diretta verso una costa, simbolo del ritorno di Ulisse a Itaca

Il mare, la guerra e il volto di Ulisse

Il cast è di livello altissimo. Anne Hathaway dà a Penelope intensità e fermezza; Tom Holland rende bene la fragilità di Telemaco e la sua determinazione a uscire dall’assenza del padre.

Ma sopra tutti, per me, c’è Matt Damon.

Il suo Ulisse porta la guerra sul volto. È stanco, appesantito dalle decisioni prese e dagli uomini perduti. Desidera Itaca, e nello stesso tempo sembra chiedersi se sia ancora capace di tornarvi. Nolan sceglie soprattutto questo: Ulisse come reduce, guerriero traumatizzato, uomo perseguitato dalla memoria di Troia.

È una scelta forte e funziona. Damon non interpreta un eroe levigato. Il suo corpo racconta la distanza, la colpa, il bisogno di ricomporre un’identità. La guerra è finita, ma continua dentro di lui. Il ritorno non consiste nel trovare una rotta sulla carta: deve rientrare nella vita che ha lasciato e capire chi è diventato.

Questa lettura rende il personaggio vicino al nostro tempo. Nolan segue l’uomo, la sua responsabilità e le conseguenze delle sue azioni. Porta in primo piano il mare, la guerra, il corpo e il desiderio di casa. Lo fa con una potenza che mi ha entusiasmato.

Eppure, proprio perché amo il poema, durante la visione ho sentito anche alcune assenze. Non semplici episodi tagliati per ragioni di durata. In diversi casi vengono meno passaggi che nel nostro percorso avevamo riconosciuto come vere tappe dell’anima.

Gli dèi rimasti più in ombra

La prima differenza riguarda gli dèi. Nel mondo di Omero non sono decorazioni, e neppure personaggi fantastici aggiunti per rendere più movimentata la storia. Formano una trama invisibile che accompagna continuamente quella umana.

Atena protegge Ulisse e prepara Telemaco. Cambia aspetto, orienta, rende possibile un incontro. Poseidone è la forza che si oppone al ritorno e obbliga Ulisse a misurarsi con le conseguenze del proprio orgoglio. Hermes arriva prima dell’incontro con Circe e consegna ciò che serve per attraversare l’incantesimo. Zeus custodisce un ordine più grande dei desideri dei singoli.

Queste presenze possono essere lette su piani diversi. Nel poema appartengono al mondo religioso dell’uomo antico. In una lettura simbolica possono mostrare forze che guidano, ostacolano, proteggono, impongono limiti. Non le ridurrei però a semplici parti della psiche. Il loro valore sta anche nel mettere l’uomo in rapporto con qualcosa che non controlla.

Nel film questa dimensione resta molto più in ombra. Nolan sceglie un racconto umano, fisico e concreto, legato al trauma della guerra. Non dico che abbia sbagliato: ha costruito la propria Odissea. Ma l’effetto è importante. Quando gli dèi arretrano, diverse prove sembrano dipendere soltanto dalla forza, dall’astuzia o dalla resistenza individuale. Nel poema, invece, Ulisse deve imparare anche a ricevere un aiuto, leggere un segno e riconoscere una misura superiore alla propria volontà.

“Nessuno”, il vino e ciò che cambia nella grotta

L’episodio di Polifemo rende molto chiara questa differenza.

Nel poema Ulisse dice al Ciclope di chiamarsi “Nessuno”. Quando Polifemo viene accecato e grida che Nessuno lo sta uccidendo, gli altri Ciclopi non intervengono. È uno stratagemma brillante, ma fermarsi all’astuzia significa perdere il gesto più interessante.

Per salvarsi, Ulisse deve rinunciare temporaneamente al proprio nome. Deve sospendere il re, il guerriero, l’uomo famoso per l’ingegno. Diventa nessuno. Solo dopo, quando la nave è ormai lontana, l’orgoglio riprende il comando: grida il proprio vero nome e consegna a Polifemo ciò che serve per invocare Poseidone contro di lui.

Il nome lo salva quando viene lasciato e lo mette in pericolo quando viene proclamato.

Nel film rimangono la grotta, il Ciclope e lo scontro, ma “Nessuno” scompare. Manca anche il vino ricevuto da Marone, usato da Ulisse per stordire Polifemo. Questo dettaglio ha un peso. Ulisse non affronta il gigante opponendo forza a forza. Porta nella grotta un prodotto della cultura umana: uva lavorata, trasformata, custodita e offerta secondo una misura. Polifemo beve senza misura e viene vinto proprio lì, nel punto in cui non sa governare il proprio istinto.

Senza “Nessuno” e senza il vino, l’episodio diventa più fisico e perde parte del suo movimento simbolico: la rinuncia all’identità, la cultura che incontra la forza smisurata, l’orgoglio che riapre il pericolo quando la salvezza sembrava raggiunta.

Circe, Hermes e la necessità di essere preparati

Anche Circe viene ridotta. Nel poema è maga, seduttrice e custode di un passaggio. I compagni mangiano e bevono ciò che offre e vengono trasformati in porci.

Ulisse resiste, ma non perché sia naturalmente immune. Prima di raggiungere Circe incontra Hermes, che gli consegna il moly, l’erba divina capace di proteggerlo dall’incantesimo.

Ulisse viene preparato.

Per me questo cambia tutto. Ci sono territori nei quali il coraggio non basta. Se entriamo senza consapevolezza in ciò che può sedurci, trasformarci o dominarci, rischiamo di accorgercene quando siamo già dentro l’incantesimo. Hermes rappresenta l’aiuto che arriva prima; il moly è un antidoto ricevuto e custodito.

Lasciando più in ombra Hermes e il moly, il film rafforza l’immagine di un Ulisse che affronta la prova con le proprie risorse. La scena conserva il pericolo di Circe, ma perde quella preparazione invisibile che nel poema precede l’incontro.

Il pericolo di dimenticare Itaca

I Lotofagi non compaiono. È un episodio breve e, in un adattamento, potrebbe sembrare sacrificabile. Eppure contiene una delle minacce più sottili dell’intero viaggio.

Il loto non uccide. Fa dimenticare il ritorno.

I compagni che lo mangiano non vogliono più ripartire. Non combattono contro Ulisse, non vengono imprigionati da un mostro. Smettono semplicemente di desiderare Itaca. Il pericolo più grande non è morire, ma dimenticare Itaca: perdere il ricordo della direzione, non sapere più perché eravamo partiti e dove volevamo tornare.

Anche Eolo lavora su questo tema da un’altra parte. Consegna a Ulisse l’otre che trattiene i venti contrari. Itaca è ormai visibile; Ulisse si addormenta e i compagni, convinti che nel sacco ci sia un tesoro, lo aprono. La nave viene respinta lontano.

La meta era davanti a loro. Non mancavano le capacità per raggiungerla. È mancata la custodia. La sfiducia, l’invidia e l’incapacità di tenere chiuso ciò che doveva restare chiuso hanno riaperto la distanza.

Questi episodi danno al viaggio una geografia interiore precisa. Ci si perde per una tempesta, ma anche perché si dimentica. Si può fallire quando la meta è lontana e quando è già davanti agli occhi.

L’Ade, la madre e il tempo perduto

La discesa nell’Ade è presente nel film e ha una grande forza visiva. Manca però Anticlea, la madre di Ulisse. Per me è una delle omissioni più dolorose.

Nel poema Ulisse scopre che sua madre è morta durante la sua assenza, consumata dal dolore e dalla nostalgia. Cerca per tre volte di abbracciarla. Per tre volte l’ombra gli sfugge dalle braccia.

In quel gesto Ulisse comprende qualcosa che nessuna vittoria può correggere: il ritorno non gli restituirà tutto. Mentre attraversava il mare, a Itaca il tempo continuava a passare. Le persone attendevano, invecchiavano e morivano. La casa verso cui sta tornando non è rimasta immobile per conservarsi uguale.

Questa è una verità dura. Il viaggio cambia chi parte, ma cambia anche ciò che è stato lasciato. Tornare significa incontrare le conseguenze del tempo, comprese quelle che non possiamo riparare.

Senza Anticlea, l’Ade rimane spettacolare. Perde però il momento nel quale il regno dei morti entra nella carne di Ulisse, nel tentativo impossibile di stringere la madre. Da quel punto il ritorno non può più essere una semplice riconquista.

Prima di tornare, Ulisse deve raccontare

L’assenza più strutturale riguarda i Feaci. Nel poema Nausicaa trova Ulisse naufrago, nudo, sfinito, quasi privo di identità. Non incontra il re di Itaca nella sua grandezza; vede un uomo ridotto all’essenziale e lo aiuta a rientrare nel mondo umano.

Alla corte di Alcinoo e Arete accade poi qualcosa di fondamentale. L’aedo Demodoco canta la guerra di Troia accompagnandosi con la cetra. Ulisse ascolta la propria storia narrata da un altro e piange. Quel pianto porta Alcinoo a chiedergli chi sia.

Ulisse allora racconta.

Molte delle avventure che conosciamo arrivano proprio dalla sua voce: Polifemo, Circe, l’Ade, le Sirene. Prima di tornare fisicamente a Itaca deve dare una forma a ciò che gli è accaduto. Deve mettere in ordine le perdite, gli errori, le scelte e il dolore. Raccontarsi non cancella nulla, ma ricompone un’identità abbastanza salda da poter ripartire.

Nel film Ulisse racconta il viaggio a Calipso. È una modifica che cambia il senso del narrare. Calipso è colei che lo trattiene sull’isola; i Feaci formano invece la comunità che lo accoglie, ascolta la sua storia, lo riconosce e infine gli offre la nave per tornare.

Spostare il racconto significa spostare la funzione dell’ascolto. Dai Feaci, Ulisse non riceve soltanto un mezzo di trasporto. Riceve la possibilità di essere nuovamente visto come uomo dopo essere arrivato senza vestiti, senza compagni e quasi senza nome.

Anche per questo Demodoco non è una comparsa ornamentale. L’aedo custodisce la memoria collettiva attraverso la voce, il canto e la cetra. Prima della scrittura, prima del cinema, l’Odissea è passata attraverso persone capaci di ricordare e cantare. Il poema conserva dentro di sé la propria origine orale.

Che film è, allora?

È un film magnifico.

Un’opera tecnicamente impressionante, fisica, costruita per il cinema. Nolan ha riportato Ulisse al centro dell’immaginario contemporaneo. Persone che forse non hanno mai letto Omero incontreranno Penelope, Telemaco, Polifemo, Circe, Calipso e il desiderio di Itaca. Altre torneranno al poema dopo molti anni.

Questo ha un valore enorme.

La sua Odissea sceglie soprattutto il reduce, l’uomo ferito dalla guerra e perseguitato dalla memoria. L’Odissea di Omero contiene anche questo, ma allarga il viaggio. Ulisse rischia di dimenticare la casa; diventa Nessuno; non sa custodire tutti i doni; riceve un antidoto; scende nel regno dei morti; tenta di abbracciare sua madre e, prima di tornare, deve raccontare la propria storia.

Nolan conserva la potenza del mare, della guerra e del ritorno. Lascia più in ombra gli dèi e sacrifica una parte della geografia interiore del poema. È una scelta cinematografica, non una ragione per evitare il film.

Il mio consiglio rimane netto: andate a vederlo al cinema, possibilmente in IMAX. Entrate in sala sapendo che non vedrete tutta l’Odissea. Vedrete l’Odissea di Christopher Nolan: grandiosa, imperfetta, discutibile e profondamente cinematografica. Un film che mi ha entusiasmato e, nello stesso tempo, mi ha fatto sentire la mancanza di Omero.

Se il film vi ha riacceso il desiderio di conoscere davvero l’Odissea

Il film può accendere il desiderio. Ma per attraversare davvero l’Odissea occorre tempo.

Occorre seguire Telemaco prima ancora di Ulisse. Fermarsi sui Feaci, su Nausicaa e su Demodoco. Comprendere perché “Nessuno” non è soltanto una trovata intelligente. Restare accanto a Ulisse quando tenta di abbracciare sua madre. Ascoltare la voce degli dèi, riconoscere ciò che protegge il viaggio e ciò che lo ostacola. Arrivare infine a Itaca e scoprire che essere tornati non significa ancora essere riconosciuti.

È precisamente per questo che abbiamo creato Verso Itaca – In viaggio con Ulisse.

Non una semplice raccolta di lezioni e neppure un riassunto scolastico del poema, ma un percorso completo di dodici settimane, già disponibile nel catalogo di Yoga da Casa, per attraversare l’Odissea tappa dopo tappa.

Il film condensa, sceglie e accelera. Il percorso restituisce tempo alle scene, ai personaggi e ai simboli. Permette di seguire l’intera architettura del ritorno e di comprendere perché episodi apparentemente minori siano in realtà passaggi decisivi.

Verso Itaca – In viaggio con Ulisse

Nel percorso siamo partiti da Telemaco, il figlio che deve mettersi in viaggio prima ancora che il padre possa ritornare. Abbiamo poi accompagnato Ulisse attraverso Calipso, i Feaci, Polifemo, Eolo, Circe, la discesa nell’Ade, le Sirene, Scilla e Cariddi, l’isola del Sole, fino a Itaca, Argo, l’arco, Penelope e il letto radicato.

Ogni tappa viene prima raccontata e collocata nel movimento complessivo del poema. Poi entriamo nel suo significato simbolico e nel modo in cui continua a parlarci oggi.

Il viaggio non rimane però soltanto nella mente.

Le pratiche yoga condotte da Laura e le meditazioni guidate permettono di portare nel corpo i temi incontrati: l’orientamento, l’attesa, la perdita della rotta, la seduzione, il limite, la discesa, l’ascolto, il riconoscimento e il ritorno al proprio centro.

È qui che il corso in catalogo diventa qualcosa di diverso da una spiegazione dell’Odissea. Non osserviamo Ulisse dall’esterno. Proviamo a riconoscere quanto del suo viaggio continua ad accadere dentro la nostra vita.

Dove stiamo dimenticando Itaca?

Quale nome dobbiamo lasciare per attraversare una prova?

Quale dono non sappiamo custodire?

Quale voce ci trattiene?

Quale parte di noi sta ancora cercando la strada di casa?

Il percorso è già completo e può essere seguito attraverso le registrazioni, con i propri tempi. Non occorre aver letto integralmente Omero e non è necessario possedere una preparazione specialistica. Serve soltanto il desiderio di entrare nel viaggio senza ridurlo a una sequenza di avventure.

Se il film di Nolan vi ha affascinato, sorpreso o lasciato con la sensazione che dietro quelle immagini esista ancora un mondo da esplorare, Verso Itaca – In viaggio con Ulisse nasce esattamente per continuare da quel punto.

Scopri il percorso completo Verso Itaca – In viaggio con Ulisse

Il film finisce, il viaggio continua

Quando sono uscito dalla sala, continuavo a vedere il mare. Avevo negli occhi le immagini di Nolan e, insieme, sentivo le scene che non avevo incontrato: Ulisse che si chiama Nessuno, Hermes che gli consegna il moly, i compagni che dimenticano Itaca, le braccia che attraversano l’ombra di Anticlea, Demodoco che canta e un uomo che piange ascoltando la propria storia.

Il cinema ha fatto il suo lavoro. Mi ha coinvolto, sorpreso e riportato davanti alla grandezza dell’Odissea. Poi è tornato Omero, con quello che nessun film può contenere per intero.

Il film può accompagnarci fino alla riva. Attraversare davvero l’Odissea significa salire sulla nave, sostare in ogni tappa e scoprire che Itaca non è soltanto il luogo verso cui Ulisse ritorna.

È anche la domanda che continua a riguardarci:

dove stiamo tornando?

Entra in Verso Itaca – In viaggio con Ulisse

Eddy Pellegrino

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